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No conociera el mundo quien de casa no ha salido - el filósofo se tendió y así meditó


La contessa Print E-mail
Written by Augusto Vegezzi   
Wednesday, 26 July 2006 22:00

Il sole bruciava le campagne, gialle di stoppie e di mais maturo e nere nei campi arati, sgretolati dal caldo. Non c’era sollievo. Anche gli uccelli disertavano i cieli. Solo qualche falco, alto e impavido, planava a larghe volute per poi risalire a forti colpi d’ala. Solitudine e silenzio, accentuati dal gracchiare monotono delle cicale.
Annoiato, René inforcò la bicicletta e si recò dai suoi amici Pier Luigi e Gian Andrea. I signorini. Così li chiamavano le cameriere e il giardiniere. E i contadini. E anche noi, per prenderli in giro e ridacchiare alle spalle dei loro genitori, imitando come scimmie mia mamma e le sue sorelle,che pettegolavano sul padre conte e capitalista e la madre parvenue. I signorini. Simpatici, allegri, ma asfissiati dalla madre e dalla balia, sempre addosso: Non correte. Non sudate. Non dite parolacce. Non bestemmiate. Non mangiate con le mani. Non masticate con la bocca aperta. Non respirate. Non non non. E loro, appena fuori vista, raffiche di cacca figa culo merda porco qui e porco là etc. Arrivato al castello, Sono fuori - disse la mamma, tutta tirata in un lungo abito viola di seta, erre moscia - Affettato, la porca, figlia del basulòn arricchito, sempre le zie spietate, la contessa. E in passato avevano aggiunto: Per il titolo si è sposata Sandrino, piedi piatti, gobbetto, semideficiente. E detto Interruptus, sottolineavano, sarcastiche, ghignando a crepapelle le zie. E lui si ripeteva sconsolato il solito ritornello: “Qui capisco che non capisco”.
Ora però non lo dicevano più: Sandrino era stato fucilato per sabotaggio contro i tedeschi, perpetrato con i partigiani.

Bianca, bocca stretta e guardando altrove, aggiunse con nonchalance: Aspettali pure qui, nella corte. Bighellonò un poco, ma la corte era polverosa e assolata; poi si inoltrò nel grande parco, al fresco sotto i grandi tigli e carpini, verso il boschetto delle nocciole. Una quaglia frullò e dopo un largo arco si immerse in un cespuglio. La inseguì, quella s’involò di nuovo e di nuovo il ragazzo la stanò. Le cicale spietate continuavano il loro monotono canto.
Scorse la contessa che incedeva con le sue lunghe, decise falcate, che lo incantavano, lungo un sentiero stretto, quasi abbandonato. Gli parve strano. Di solito incedeva nei grandi viali, nella serra variopinta di fiori, lungo il laghetto dei candidi cigni, trascinata dai grandi alani al guinzaglio, ai quali dava ordini in tedesco. Le zie crudeli: Sa tre parole, forse quattro, e sbaglia gli accenti, pronuncia v la v. Questa René non l’aveva mai capita. E un giorno obiettò: Ma perché, come dovrebbe pronunciarla… effe? Bravo. Spiritosone, gli dissero, e ridevano beffarde. Valle a capire.
A René la contessa piaceva. Certo era vecchia, quasi quarant’anni, ma alta, bionda, sempre curata, un po’ rigida, ma, sotto gli abiti sempre svolazzanti, si intuivano lunghe gambe e tondeggianti fianchi.
René decise di seguirla, da lontano. Camminava di buon passo… non passeggiava oziosamente. Dove andava? In quella direzione non c’era niente. A un tratto svoltò verso René., che si appiattò in un fossato. “M’ha scoperto. No”. La contessa passò lesta e … René capì, stupito. “Va al cottage. Dovrà protestare ancora una volta per le prepotenze di Hermann”.
Il capitano Hermann X era il comandante del presidio tedesco e aveva requisito il cottage, dove abitava come fosse il padrone, faceva aprire finestre, tagliare alberi, coltivava kren e cavoli, e si stendeva al sole seminudo. Era stato lui a far fucilare Sandrino e Otello, per sabotaggio.
René pregustava il piacere di assistere ad un nuovo scontro: altezzose, sferzanti recriminazioni contro baciamani, schioccare di tacchi e gelidi dinieghi. Scene da commedia. Alla fine la contessa si ritirava furiosa minacciando di rivolgersi al generale, al federale, al vescovo; e lui cerimonioso batteva i talloni e si inchinava di scatto, sorridendo impassibile.
Infatti l’incontro avvenne come da copione. Il contralto isterico della contessa con le sue erre mosce contro quelle tedesche del capitano, cerimonioso e non remissivo.
Strisciando bocconi, il ragazzo si avvicinò, nascosto tra i folti cespugli fino a una ventina di metri.
Lui era più alto di lei, smilzo, con il viso sfregiato da duelli e ferite di guerra. La leggenda narrava di imprese spericolate e feroci, che gli avevano guadagnate medaglie e punizioni. Infine quel misero comando in un paesetto insignificante per controllare una fabbrica di blindature militari. Correva voce che avesse deciso la fucilazione per ingraziarsi gli alti comandi.
Ad un tratto la contessa, risentita, alzò la voce, quasi urlando, poi barcollò e stava cadendo a terra. L’uomo la aiutò e la sostenne. Lei ondeggiava, poi si riprese. Lui la sostenne ancora, poi, di forza, la strinse tra le braccia e l’attrasse a sé. Lei si abbandonò, quasi inerte. Lui la baciò, lei sempre inerte, i corpi aderenti. Poi lei lo abbracciò a sua volta e lui le ficcò le mani sulle chiappe.
René era emozionato. Senza respiro. Si sentiva in colpa, non sapeva di che. Lo sguardo fisso non perdeva un particolare. Passarono secondi… minuti… René era in trance.
A un tratto la contessa lo respinse, le bocche sempre allacciate, poi si inginocchiò. Renè vide che gli slacciava la cintura e gli sbottonava la patta e prendeva tra le mani un uccello che gli parve enorme. Lei lo prese in bocca e cominciò a muovere la testa. Che faceva? Lo succhiava? Lo mangiava? René ebbe un moto istintivo di correre in aiuto dell’uomo, che però non reagiva. Cosa succedeva? Renè era sconvolto. Quante cose non sapeva dei grandi. E della contessa. Chissà cosa avrebbero detto le zie. Ora la contessa si alzava, di nuovo lo baciava, poi si mise a insultarlo, strillando:
Tu, porco tedesco, porco, porco, porco.
Il capitano s’inalberò, sembrò che stesse per esplodere di rabbia, poi allargò le braccia.
Ecco, prende la pistole machine e la falcia, pensò René. Invece quello non faceva niente, le braccia sempre allargate, forse in segno di rassegnazione, di sconforto.
E lei, sempre più frenetica: Hunde. Hunde. Hunde. Baciami il culo. Hunde. E mise fuori una linguaccia enorme, lunghissima, leccandosi le labbra.
René rimase di sasso. Si disse: "Qui la falcia. Devo salvarla". Il panico lo trattenne, mentre confuse emozioni lo travolgevano.
Il tedesco parve perplesso, poi sorrise e, sconcertato, Renè sentì:
Yawohl, graedige contessa. Yahwohl.
Allora Bianca gli volse le spalle, si appoggiò ad un tiglio abbracciandolo, mentre sollevava la gonna, mostrando il culo.
Renè quasi sveniva, sconvolto. "Non ho capito, recitò, capisco di non capire".
L’uomo le strappò violento le mutande. René scorse un bellissimo, procace, candido culo… e il vello del pube, rosso come una bandiera. Ricordò che mai l’aveva immaginato così… devastante. L’uomo s’inchinò e cominciò a baciare o forse a leccare, mentre Bianca cominciava a gemere. Che succedeva? Adesso era lui che le succhiava e mangiava il culo… o la figa? No, lei non soffriva, anzi diceva, rauca: Ancora…ancora… sìì. Poi urlò, seccamente e disperatamente: Ora!
Lui subito si alzò, brandì con le mani l’uccello e lo ficcò … Dove? René non osava nemmeno pensare…non capiva più niente… Chissà. Poi i due presero ad agitarsi. Avanti e indietro. Il silenzio era profondo, ma René sentiva la tempie pulsare e come un rombo muto echeggiava in tutto il corpo.
Poi il contralto della contessa….sempre più alto: gemiti lunghi… rantoli sincopati, ansimare convulso… Poi più alti, superati dagli urli beluini dell’uomo.
René fu travolto da un’inaudita sensazione di piacere, che partendo dal ventre lo pervase per un attimo lungo un secolo… E cadde come un corpo morto. Quando si riprese il silenzio era tornato. I due erano abbandonati per terra… senza segno di vita. Poi la contessa si alzò, si ricompose accuratamente, si ritoccò le labbra con il rossetto, raccolse un lungo coltello rosso di sangue. E fuggì urlando a squarciagola: Aiuto. Aiuto. Il porco tedesco. L’assassino di Sandrino. Aiuto. Mi ha violentata. Aiuto!
René rimase soprappensiero. Sapeva confusamente di essersi affacciato su uno dei segreti più gelosi e vitali dei grandi, di essere diventato grande, o quasi. Così, no. Così, non voleva. No. No.
Si alzò e si allontanò a passo svelto. Aveva deciso. Non avrebbe detto niente alle zie, a nessuno, mai. E sarebbe sempre rimasto un ragazzo. Mai un adulto. Magari a costo di diventare un vecchio ragazzo.


Last Updated on Wednesday, 26 July 2006 23:01
 

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