| Restare umani |
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| Written by Saverio Caruso | |||
| Tuesday, 08 July 2008 21:51 | |||
Ecco perché il libro di Michael Ignatieff “I bisogni degli altri”(1) mi era parso il poema di tante solidarietà possibili scritto al declinare di un secolo terribile, il secolo ventesimo. Come un libro di speranza, teneva (e tiene) le remote vie del mio cuore.L’autore avvertiva che modernità e insaziabilità sono inseparabili e si avviava, sulle tracce di una solidarietà compatibile con le infinite differenze tra gli uomini, verso il ritrovamento di un linguaggio comune per comprendersi tra esseri umani.E diceva: “Abbiamo bisogno di giustizia e di libertà, abbiamo bisogno di tutta la solidarietà riconciliabile con la giustizia e la libertà. Ma abbiamo anche bisogno, oltre a tutto ciò, di un linguaggio adeguato ai tempi in cui viviamo…Abbiamo bisogno di parole per restare umani”. E insisteva su questo linguaggio, l’unico elemento capace di trattenere dentro di noi il richiamo di una fraternità tra le creature: “I nostri bisogni sono fatti di parole: si impongono a noi come parole e possono morire per mancanza di espressione. Senza un linguaggio comune che ci aiuti a trovare le parole, i nostri bisogni svaniranno nel silenzio. Soltanto le parole, il loro significato comune, ci danno il diritto di parlare a nome degli sconosciuti fuori della porta”. E mentre frastuoni ferini si destano, mi piace ricordare che questo poema solidale si conclude con suggestioni musicali: “Essere umani è una conquista, come suonare uno strumento musicale: ci vuole pratica. Bisogna conoscere a fondo le chiavi. Bisogna mandare a memoria le vecchie partiture, ed è un’arte che possiamo dimenticare. Un lieve rumore può farci dimenticare le note. La parte migliore di noi è storica, la parte migliore di noi è fragile. Essere umani è una seconda natura che ci è stata insegnata dalla storia e che terrore e privazione possono con la loro violenza farci dimenticare”. Si tratta di una fragilità che ci irretisce e ci innamora: trascina anche i più forti tra noi. E Michael Ignatieff, prestigioso intellettuale docente ad Harvard fino al 2005, si lascia “influenzare dalle passioni”, sue e di altri, “trascinare dalle emozioni”, e cade nell’errato discernimento di molti, “me incluso”, che in qualità di commentatori approvano l’invasione dell’Irak. Confesso che l’adesione del mio autore all’ideologia dell’imperialismo umanitario celebrato dall’élite al potere negli Usa fece a suo tempo fremere i miei segreti affetti per il canto sulle parole umane. In seguito, forse piuttosto tardi, nel 2007, quando da due anni aveva lasciato la cattedra di docente ad Harvard e gli Usa per tornare nel suo paese di origine, il Canada, e qui entrare nella politica attiva e nel Parlamento, Michael Ignatieff condanna, in un articolo distribuito dal New York Times, il discernimento secondo il quale la guerra all’Irak era necessaria e legittima. Non crede più che la politica estera americana sia “a servizio del piano divino mirante a estendere la libertà a tutti gli esseri umani”; si sente ora vicino a coloro che hanno dimostrato di avere un buon giudizio in relazione all’Irak respingendo la presunzione del presidente Bush sulla integrità delle sue motivazioni alla guerra, una sorta di assolutismo della virtù con diritto all’invasione, e la pretesa degli Usa di forgiare la configurazione politica di un paese molto lontano, del quale la maggioranza degli americani sa ben poco; giudica che tutte le linee d’azione seguite finora dal governo americano sono state un insuccesso. Anche Ignatieff aveva fatto parte della folta schiera di commentatori che, confondendo desideri e realtà, si erano fidati – fino all’entusiasmo – delle ragioni umanitarie proclamate da Bush; e anch’egli aveva trascurato di dare conto dell’immenso dolore provocato dall’invasione con la distruzione di vita, di cultura, di città. Da questa dimenticanza sembra segnato anche il sopraggiunto ricredersi, che contiene tutti i ragionevoli “senno del poi”, apprezzabili argomentazioni sull’insuccesso di una politica, ma non sulle sofferenze e sulle ferocie che essa ha prodotto nel mondo. Da un saggio cinese del secolo scorso, Liu Yutang, impariamo che lo Spirito di Ragionevolezza è “il più alto e sano ideale di umana cultura, e l’uomo ragionevole il più elevato tipo di essere umano colto”. Lo spirito di ragionevolezza si contrappone a ogni rigidità del pensare e così lo umanizza: “Pensatore geniale è colui che dopo aver ostinatamente proceduto a provare una proposizione con interminabili ragionamenti, arriva a un tratto all’intuizione e con un lampo di senso comune, annulla i suoi precedenti ragionamenti e ammette di aver torto. È questo che chiamo pensiero umanizzato”(2). Michael Ignatieff si fa allievo dello spirito di ragionevolezza e, abbandonando l’imperialismo umanitario, torna a essere umano. Ma io avrei voluto che il suo spirito fosse più ricco di motivazioni, soprattutto di una: l’azione di ogni uomo, ogni suo gesto e ogni sua parola devono tendere a ridurre il peso del dolore che sovrasta la terra, per aiutarci a restare umani. L’intellettuale, se non vuole cedere a lusinghe e ad emozioni effimere deve contrastare con questo lume le istituzioni e i poteri che si adoperano per spargere sofferenze tra gli uomini. Un altro intellettuale americano di origine araba, Edward W. Said, criticando gli interventi di Ignatieff a sostegno dell’invasione dell’Irak, suggerisce per gli intellettuali un impegno di non adesione al piano dei potenti. Ciò che fate, non lo fate in mio nome, dice chi vuole tenere desta la coscienza: “Con il suo contro-discorso, che non permette alla coscienza di distogliere lo sguardo o di addormentarsi, l’intellettuale si propone come il depositario di una sorta di contro-memoria. Il miglior correttivo, come diceva il Dr Johnson, consiste nell’immaginare le persone di cui stai parlando, in questo caso la persona sulla cui testa cadono le bombe, mentre legge le tue parole in tua presenza”. Said è un sostenitore della causa palestinese, ma è impegnato a costruire “campi di coesistenza in luogo di campi di battaglia” (assieme al musicista Daniel Barenboim ha dato vita al progetto della West-Eastern Divan Orchestra, per riunire musicisti israeliani, palestinesi e di altri paesi arabi). Col suo libro “Umanesimo e critica democratica”(3) vuole diffondere “l’idea umanistica della cultura come coesistenza e condivisione”, che ha le sue radici nel fatto che le culture “prima di combattersi coesistano e interagiscano le une con le altre”. L’umanesimo è critica, non culto dell’estasi spirituale, è “critica diretta allo stato attuale delle cose”, democratica perché aperta a tutte le provenienze e perché vissuta “come un processo di rivelazione e scoperta senza fine, un processo di autocritica e di liberazione”; l’umanesimo non è auto compiacimento, ma “sconvolgente avventura nei territori della differenza, tra tradizioni alternative, in testi che richiedono una nuova decifrazione in un contesto molto più ampio di quello che è stato loro assegnato”. Campi di coesistenza, non campi di battaglia, ma non inerme equidistanza. L’umanesimo è scelta, deve “dar voce al silenzio, dissotterrare il mondo della memoria dei gruppi itineranti che a malapena riescono a sopravvivere, il mondo dell’esclusione e dell’invisibilità”. Un immenso accumulo di ricchezze e di potere “stravolge completamente la vita umana” e si ripetono le situazioni attraversate da un conflitto tra, da una parte, un potente sistema di interessi e, dall’altra, interessi meno potenti e minacciati di inglobamento o di estinzione. L’approccio umanistico alla storia del mondo assegna all’intellettuale un ruolo dialettico e oppositivo tendente a mettere a nudo il conflitto e a denunciare il silenzio imposto e la normalizzazione tramata da un potere invisibile. Edward W. Said, nato a Gerusalemme e cresciuto al Cairo, vissuto a lungo negli Usa (è stato per diversi anni professore di Letteratura comparata alla Columbia University), trova proprio in questo paese il contesto favorevole per la sua idea umanistica di cultura: “Per fortuna nelle università americane è ancora possibile elaborare una concreta pratica intellettuale alternativa: non esistono altre istituzioni di questo tipo e dimensioni nel mondo, oggi, e io sono immensamente orgoglioso di averne fatto parte per il periodo più lungo e migliore della mia vita”. L’umanista è un uomo libero: non appartiene a una posizione, a un posto, a un luogo, ma è insieme dentro e fuori rispetto a un contesto, alle idee e ai valori in circolazione. L’umanista vive di una grande risorsa intellettuale e umana, “l senso della molteplicità dei mondi e della complessità dell’interazione tra diverse tradizioni”. Alla lettura veritiera e rigorosa di questa complessità deve restare fedele, se vuole scoprire e rinnovare l’umanità dell’uomo che crea i campi della coesistenza sulla terra. Intellettuali di scarsi mattini sarebbero altrimenti gli umanisti se “si mostrassero privi di un generale senso di umanità che consente loro di analizzare, elaborare, demistificare. Said invoca il ricorso alla parola “umano” come pratica costante dell’intellettuale, anzi solo il ricorso alla parola umano ci aiuta a demistificare le rappresentazioni del mondo che usurpano la coscienza. Mi piace ricordare che Ignatieff aveva concluso il suo libro “I bisogni degli altri” invocando parole per restare umani. Nel linguaggio comune degli uomini la parola umano può essere sorgente di coesistenza e di reciprocità, può portare a ingressi fraterni nella storia –dolorosa – del mondo. La parola umano ci appartiene come se ciascuno di noi ne detenesse un frammento dentro di sé. L’antica parola “umano” libera le nostre menti prigioniere e ci rinnova. Null’altro ci redime. (1) Michael Ignatieff, I bisogni degli altri, Il Mulino, 1986. (2) Liu Yutang, Importanza di vivere, Bompiani, 1940. (3) Edward W. Said, Umanesimo e critica democratica, il Saggiatore, 2007.
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