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No conociera el mundo quien de casa no ha salido - el filósofo se tendió y así meditó


Questa terra è la mia mente. L'anima dell'Australia in Les Murray Print E-mail
Written by Maria Teresa Granati   
Sunday, 11 June 2006 13:46


C’è un verso di Les Murray, (in Sera solitaria a Bunyah), che suona: “questa terra è la mia mente”. Bunyah è il villaggio della sua infanzia, nel New South Wales, la “Beozia” dei lavori antichi, delle famiglie povere, oppressa e disprezzata dai potenti.

Leggendo i suoi volumi di poesie
* è facile, parafrasando quel verso, affermare che Bunyah, e l’Australia tutta, è la sua anima.
A quella terra, al bush, a quella civiltà pastorale e rurale, solitaria, povera e severa, il poeta, figlio di scozzesi emigrati in Australia a metà ottocento, sente di appartenere. Lì, nella solitudine e nel silenzio immenso, dove il non umano travalica l’umano, è nata la sua introversione, la sua curiosità affascinata per le parole, il suo sentirsi parte della natura, la visione severa e dolente della vita, l’identificazione con quella civiltà provinciale arcaica che egli chiama “beota”, contrapponendola polemicamente a quella ateniese, metropolitana e mercantile, individualistica e razionalistica.
Ma la terra del poeta non è l’Arcadia e la contrapposizione tra i due mondi, il bush e la grande città, c’è anche in Australia; ne “i paesi delle segherie, nudi villaggi fatti di assi /…a volte una donna che spazza gli scalini / o una giovane sposa bruttina che ai piedi della cisterna / con un secchio si gira e fissa trasognata i monti,/ cercando una città…”. E la campagna è assediata e svuotata dei suoi abitanti dalla modernità, dal brulichio e dalle luci di lontane città.
La prima volta che s’incontrarono, Sydney / e il bush non c’era terreno dissodato/e da maschi e da femmine, / in catene o no lo stesso urgente suono era mandato. / Poi i galeotti sanguinarono, figliarono / le guardie, il bush non fece che arretrare / Bianchi e Neri diventarono / gli uomini del Fuoco e della Terra”.
In “Celebrazioni all’inverso: 1988” si chiede: “La nazione è stata un poema o un incidente?…”. E poco prima: “Gli incidenti, in campagna, fanno la parte del leone. / E di riserva ci sono le fiabe, per quelli di cui / Sono l’unica ricchezza, insieme a cinquantamila / Anni sul posto. Ma i nuovi arrivati acquisteranno / anche quelli. Qualsiasi cosa in migliaia li attira.
Sono versi nei quali emerge il tema dell’“anima” della nazione, che Murray cerca nell’amalgama tra le tre principali culture australiane, quella del bush, l’urbana e l’aborigena.
Nello splendido ciclo “Buladelah Taree di canti delle ferie” si legge del ritorno degli abitanti delle città nel bush per “fissare la loro razione annua di stelle”; il poeta riprende, anche nel titolo e nella struttura, i canti aborigeni del ciclo Wonguri-Mandjikai, altrove definito “probabilmente il più grande poema mai composto in Australia”, che al canto univa musiche e danze all’inizio della stagione monsonica; e celebra in un poemetto pieno di iterazioni e verbi al presente, come si conviene nel mito, il ritorno dei “sentieri dei canti” per raccontare ai figli di quella terra, che tornano dalla città con i loro figli, i “posti dello star seduti tra le felci….i posti del terrore dei serpenti….”….il posto “del Manubrio d’aratro, del Melo pendente e della Mandra…”. E, ne “I giorni imminenti”, egli stesso si immerge nella natura con un entusiasmo quasi panico:
Canto tutto ciò che vive impazza nei giorni imminenti / e i solchi mi vengono incontro e mi salgono per la carne / seppellendo mondi di me. È il più sgraziato dei balli / questo andare sghilembo sopra un oceano che fu…”.
Nella poetica di Murray si intrecciano con forza sorprendente poesia, etica e religione: “Le religioni sono poemi, concertano / la nostra mente, onirica e diurna, le nostre / emozioni istinti respiri e identità / nell’unico modo totale di pensare: la poesia”. “Niente è detto finché non tutto sognato in parole, niente è vero che solo in parole consista”. E ancora: “Dio è la poesia còlta in ogni religione, còlto, non imprigionato…”. E l’anima: “sentiamo la sua fame per esperienza e non abbiamo niente da darle in pasto se non noi stessi. In fondo, non possiamo costruire una visione della vita soddisfacente su fondamenta agnostiche o atee, perché non possiamo convincere i nostri sogni a crederci”.
Naturalmente e quasi istintivamente si colloca nella parte degli umili, degli svantaggiati culturalmente e socialmente, degli immigrati, delle vittime di persecuzioni e discriminazioni razziali. Le parole di un testimone al processo di Norimberga gli ispirano una poesia sulle discriminazioni razziali contro gli immigrati:

Non erano capi, questi, ma furono i primi / nella tenebra di Campo Volpe Cane.. ./ braccati con aghi, tenuti al freddo, senza cibo / patirono a migliaia tristi ferite /….nostre sentinelle il cui olocausto non ha fine / ci mostrano quand’è che entriamo a campo volpe cane”.

Murray vuole raccontare l’Australia come la videro gli immigrati dopo mesi di mare:

un litorale basso,/ antico terrore di capitani olandesi/e dietro, ancora ignoti, strani alberi/fattorie arse dal sole, battute indecifrabili/e tutte le classi dell’eguaglianza…”; ma anche l’Australia “repubblica vernacolare”, come nota nella sua postfazione Gaetano Prampolini, curatore della raccolta, “l’Australia del popolo-romanzo, Repubblica in parte immaginaria, in parte storica, nel cuore della quale c’è il bush, come idea, metafora, ethos, spirito comunitario, solidarietà egualitaria (maschile), ironico stoicismo, laconicità pensosa”.
Si dice che manchi nella cultura australiana la centralità della storia, mentre domina il significato profondo della realtà naturale e del suo linguaggio. Nella poesia di Murray c’è l’Australia della natura e insieme quella della storia; degli immigrati, dei colonizzatori e degli Aborigeni, dei forzati che per primi la popolarono, degli allevatori e dei tagliaboschi, l’Australia della guerra, vedi “La ballata dell’oceano avvolta dal filo spinato”:

..“e sonno in cima alle scorte, manici di piccone, lacrime contro un muro/a volte motteggi scurrili, servendo otturatori inceppati, archiviando souvenir,/ o brusenti stazzi di umani larghi miglia, o petrolio in fiamme su navi coricate nel ghiaccio, / coperti di cenci essere esplosi come da enormi conii di Obbligazioni / di guerra, bocche di ragazze piene di grani di riso…/ Non uno tornò a casa. Fumavano fantasmi,/ duecento al giorno. Spettri tenevano i civili in soggezione, / perché la guerra, passate la fanfara e l’avventura, diventa impedire che i tuoi / sappiano mai quel che hai imparato, fatto vedere, approvato e compiuto./ Per questo si muore. Di questo si nutrono giorno per giorno il nulla e l’idiozia”.

Questo radicamento profondo nella sua terra non fa di Murray il poeta solitario di un continente lontano. La complessità e ricchezza della sua poetica, in continua evoluzione nel corso dei decenni, attinge all’Australia, ma anche alle proprie radici gaeliche, all’Europa, all’Occidente, all’Asia, alla realtà planetaria attuale. L’Australia è certamente la metafora o lo specchio di tutto il suo mondo, la “Beozia”, la “repubblica vernacolare”, per la quale scrive; la sua poesia ha tuttavia molte radici e grandissima sapienza e ricchezza formale ed espressiva.
Murray ha studiato per anni le principali lingue europee e le letterature di tutto il mondo, in particolare occidentali, a partire dai poemi epici, dai classici, da Dante, appropriandosi di forme, stili, mezzi espressivi, lessici, rielaborandoli e usandoli con straordinaria abilità e originalità, impiegando sapientemente tutti gli strumenti compositivi anche di “avanguardia”.
Si è parlato (G. Prampolini) di contraddizione nel poeta tra l’intenzione di scrivere per la “repubblica vernacolare” e il piacere di danzare sulla carta “una danza raffinata e sapientissima, fatta di lessico umile e sontuoso domestico e arcano, colloquiale e ricercato, di metafore sorprendenti quanto illuminanti, di un inesauribile étalage di giochi di parole e di richiami intertestuali, parodici e non”, una danza di cui è metafora la performance, rievocata nell’omonima poesia:

Ero la star della serata, ho rifulso:/ tutto gioco di gambe e fuochi d’artificio, / un razzo sculettante all’insù che tempesta / la notte d’un parasole di brillanti / e un discanto di lodola oltre lo scoppio;/ sono stato gragnole di bombe sfavillanti che / da corona s’aprono a mantello e aurora / sono stato sferzate, cascate di pittura fiammante, / bengala che un cielo coperto saldano a punti / oro filante da aspri sproni incandescenti, / un finale infocato come un balzo di haka: / anche quello è stato mica male! / E, naturalmente, come sempre / dopo un trionfo, ero inconsolabile.

È come se il poeta fosse ambivalente nei confronti del suo stesso linguaggio e della sue straordinarie risorse espressive, dell’impianto “polimorfico e polifonico” dei suoi “romanzi in versi” e delle sue poesie, nutrendo contemporaneamente passione e diffidenza per il gioco delle forme e dei linguaggi.
Ed è interessante notare come proprio nella contrapposizione tra l’eloquenza del silenzio e del dolore e la futilità delle parole sembra giocarsi la tensione espressa nella poesia forse più bella, sicuramente più nota, di Murray, “chiara e inquietante come una parabola evangelica”(G. Prampolini):

…L’uomo che circondiamo, l’uomo a cui nessuno si avvicina / piange soltanto, senza nasconderlo, piange / non come un bimbo, o come il vento, ma come un uomo / e non è esibizionista, né si batte il petto, e nemmeno / singhiozza sonoramente - eppure la dignità di quel pianto / ci tiene indietro dal vuoto che nella luce meridiana / fa intorno a sé, nel suo pentagramma di dolore, / e tra la folla le divise che hanno provato ad arrestarlo / stanno a guardarlo e si sentono dentro, stupite, / una voglia di lacrime come d’arcobaleno i bambini. /…tra noi la virilità più fiera / il più coriaceo riserbo, l’arguzia più pronta / trema in silenzio, e arde d’inattese illuminazioni di pace. / Nella ressa strillano certi / che si credevano felici. Solo i pargoli / e quelli che guardano dal Paradiso gli vengono vicino / e siedono ai suoi piedi, tra cani e piccioni polverosi…/ e vedo una donna, splendente, stendere la mano / e tremare nel ricevere il dono del pianto…/ ma l’uomo che piange, come la terra, non ha bisogno di nulla, / l’uomo che piange ci ignora, e / dal viso stravolto, dal suo corpo ordinario grida / non parole ma pena, non messaggi, ma dolore, / duro come la terra, puro, presente come il mare- / e quando smette, s’avvia in mezzo a noi semplicemente / asciugandosi il viso con la dignità di uno / che ha pianto, e ora ha finito di piangere...

Intelletto, etica, filosofia, tutto è nella poesia. Egli chiama romanzo “quelle non molte cose di natura essenzialmente morale, che, con le loro ramificazioni, costituiscono ciò che sta a cuore a una persona e di cui prima o poi si finisce per scrivere”. L’intelletto è nella poesia. “La logica dell’Incarnazione è fondamentale anche in letteratura, ha dichiarato in una intervista, …il punto di contatto fra Dio e l’uomo? È proprio nella poesia, assai più che nella scienza…Si continua a ritenere che l’intelletto sia quanto di più divino esiste nell’essere umano. E invece no: il punto di contatto tra Dio e l’uomo è la poesia, non la razionalità”.
La poesia vera è “incarnazione”, embodiment; ed è questo che distingue la poesia vera dagli altri “poemi” (i sistemi, le ideologie, le religioni, ad esempio il poema di Marx, di Freud, di Buddha, di Gesù…); essi non sono poesia perché non si “incarnano” in una forma poetica, addirittura nella carne di un poeta.

Tra le strofe ferine molte per incarnarsi

vogliono la tua carne. Solo l'arte compiuta
scevra d'obbedienza al suo tempo può piroettarti
attraverso i poemi più vasti che stai vivendo.
Star fuori d'ogni poesia è un vuoto irraggiungibile.

Perché scrivere poesia? per essere stranamente
disoccupati. per i mal di testa indolori da sfruttare
per colpire al momento maturo giù dal braccio che scrive.
Per i successivi aggiustamenti, calibrare un verbo
prima che la trance ti lasci. per lavorare sempre oltre

il limite della tua intelligenza. Per non aver da salire
e tradire i poveri nel farlo. Per una non vorace fama. (da “Lo strumento”)

I suoi libri si aprono con la dedica «Alla maggiore gloria di Dio».



* Un arcobaleno perfettamente normale, a cura di Gaetano Prampolini. Adelphi, 2002.
Tradotti in italiano e pubblicati, dello stesso autore, un "romanzo in versi", Freddy Nettuno e Lettere dalla Beozia (Ed. Giano).
Last Updated on Sunday, 24 June 2007 13:36
 

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