| Fini: dalla democrazia antifascista alla democrazia antirelativista |
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| Written by Giuseppe Bailone | |||
| Friday, 16 May 2008 22:27 | |||
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Uomo di parte, ma convinto che suo "primo dovere sia il rispetto del principio di assoluta parità di diritti tra tutti i deputati", nel suo discorso d’insediamento il nuovo presidente della Camera saluta "le supreme autorità istituzionali e il papa, guida spirituale della larghissima maggioranza del popolo italiano e indiscussa autorità morale per il mondo intero”. Dall’omaggio al papa, senza pausa e come suo corollario: “La laicità delle istituzioni è principio irrinunciabile della nostra come di ogni moderna democrazia parlamentare ed è proprio nel nome di tale principio che il Parlamento deve saper riconoscere il ruolo fondamentale che nell'arco dei secoli la religione cristiana ha avuto e ha tuttora nella formazione e nella difesa della identità culturale della nostra patria” (sic!). La parola “laicità” si presta a molte interpretazioni, ma questa è l’interpretazione del papa e delle gerarchie vaticane. Richiamandosi al discorso d’insediamento del Presidente del Senato Schifani, dichiara che “la XVI legislatura dovrà essere per davvero una legislatura costituente”. Riconosciuto l’alto valore ideale e politico del 25 aprile e del 1° maggio e stabilito che la libertà è “precondizione per ogni democrazia”, si domanda “se ancora oggi - sessantatré anni dopo la liberazione - la nostra libertà corra pericoli e sia davvero minacciata”. Risponde di sì e ritiene “che la Camera dei deputati debba essere consapevole che un'insidia per la nostra libertà e, di conseguenza, per la nostra democrazia” esiste ancora. E spiega: “La minaccia non viene di certo dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso, che sono ormai sepolte con il Novecento che le ha generate. I rischi per la nostra libertà sono oggi di tutt'altra natura. L'insidia maggiore viene dal diffuso e crescente relativismo culturale, dalla errata convinzione che libertà significhi assoluta pienezza di diritti e pressoché totale assenza di doveri e finanche di regole. La libertà è minacciata nello stesso momento in cui - come sta avvenendo per alcune questioni - nel suo nome si teorizza una presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è”. Quel “diffuso e crescente” e “la totale assenza di doveri e finanche di regole” rendono il pericolo del relativismo particolarmente grave, ma come si fa ad assimilare il relativismo alla totale assenza di doveri e di regole? Come può la terza carica istituzionale di uno Stato, che ha dalla sua Costituzione garantita la libertà culturale, esprimersi in modo così polemico e deformante su un orientamento culturale che condanna? Anche la sepoltura delle ideologie antidemocratiche nel Novecento che le avrebbe generate è un po’ troppo frettolosa: non hanno forse quelle ideologie radici ben più profonde e sono proprio del tutto esaurite? L’antifascismo (come l’anticomunismo?) non ha più ragion d’essere, essendo il fascismo (e il comunismo?) sepolto nel secolo scorso? Chiudere una stagione di guerra civile durata, in modo strisciante, anche troppo, non significa che quei pericoli siano esauriti. Non significa, soprattutto, che il nuovo pericolo sia il relativismo culturale. La nuova stagione costituente segnerà il passaggio dall’antifascismo all’antirelativismo culturale? La democrazia antirelativista di Fini, nella sua attività costituente, seppellirà nel Novecento che l’ha generata anche la Costituzione del ’48? Quella Costituzione infatti non riconosce all’Italia alcuna identità culturale, né cristiana né di altra natura, ma garantisce la libertà culturale, anche al relativismo. Che ne sarà delle garanzie costituzionali di libertà culturale se ci sono nella cultura pericoli per la democrazia che hanno preso il posto delle ideologie antidemocratiche? Kelsen nel bel mezzo del secolo scorso legava strettamente democrazia e relativismo culturale e ricordava che i primi teorici della democrazia, nell’antica Grecia, i Sofisti, in particolare Protagora, erano relativisti, mentre il più autorevole nemico della democrazia era l’assolutista Platone. Bobbio diceva che compito degli uomini di cultura è quello di seminare dubbi. Si può non essere d’accordo con Protagora, con Kelsen e con Bobbio. È una libertà garantita dalla Costituzione. Pensare però che il pensiero di questi teorici della democrazia antica e moderna sia un pericolo per la democrazia è sintomo di una concezione poco liberale e inquietante della democrazia. C’è infatti una democrazia arrogante che fa del principio di maggioranza il suo criterio fondamentale, mentre la democrazia liberale dovrebbe caratterizzarsi per il rispetto delle minoranze. Rispetto delle minoranze di cui Fini ha offerto un esempio illuminante nel rivolgersi al papa come “guida spirituale della larghissima maggioranza del popolo italiano e indiscussa autorità morale per il mondo intero”, subito dopo aver detto che la sua nuova carica istituzionale gli imponeva di superare le posizioni di parte che lo avevano caratterizzato. Si resta di parte anche se la propria è “la larghissima maggioranza del popolo italiano”. Anzi, si è tanto più di parte, quanto più è ampia la parte, soprattutto quando per la sua ampiezza la si vuole spacciare per la totalità (ma non è proprio questo il totalitarismo?).
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