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No conociera el mundo quien de casa no ha salido - el filósofo se tendió y así meditó


"Quel gran pezzo dell'Emilia" di Edmondo Berselli Print E-mail
Written by Maria Teresa Granati   
Saturday, 27 August 2005 12:41
In definitiva, che cos'è l'Emilia, o Emilia-Romagna?
"Terra di comunisti, motori, musica, bel gioco, cucina grassa e italiani di classe..." scrive Edmondo Berselli nella copertina del suo saggio "poco saggio" dal titolo, già eloquente, "Quel gran pezzo dell'Emilia".
Un pamphlet ironico, scoppiettante e divertente, ricco di personaggi notissimi, poco noti o del tutto ignoti, di storie e storielle "vere, quasi vere e verosimili". Non si pensi tuttavia a una mera raccolta di aneddoti, folklore locale, memorie, tradizioni e lessico d'antan, fatto per il consumo popolare. Si tratta di un libro serio e ambizioso, in cui si racconta di una regione poco conosciuta, senza una "immagine riconoscibile in un film, in un volto, in un modo di parlare...", una regione "dalla geografia indistinta", che va da Piacenza, ossia "dalla periferia di Milano", fino a Rimini e alla Romagna; Emilia-Romagna, appunto, quasi "un ossimoro". Che si affaccia verso Mantova, "comunità emiliana che per caso si è trovata al di là di un confine", nel territorio, anch'esso indefinito, della Bassa.
Ma, forse, "la descrizione meno imprecisa dello spazio geografico e umano ....potrebbe riassumersi nell'attestazione che questa regione...con le sue estensioni fin verso Pesaro... è a un tempo il Sud del Nord e il Nord del Sud".
Di questa terra, l'autore, emiliano di Campogalliano, tra Modena e Carpi, racconta storia e leggenda, indole, passioni e umori, personaggi e fatti, la politica e il "modello emiliano", il pragmatismo e la creatività; l'anima, o le anime, la cultura; e, soprattutto, i miti e l'immaginario. Edmondo Berselli compone il suo affresco attingendo a un'ingente quantità e varietà di materiali, documenti, notizie, cronache, interviste, indiscrezioni, aneddoti, incontri e conversazioni: uno straordinario archivio che non ha nulla di cartaceo e polveroso, è materia fluida e vitale, esperienza, conoscenza e memoria; e si capisce che il libro nasce da un desiderio di analisi e di comprensione, ma anche da un'attenzione amorosa, da un'adesione autentica, da uno sguardo acuto e intelligente perché affettuoso e partecipe. Naturalmente, nessuna concessione viene fatta alla retorica e alla nostalgia del loco natio; il tono è ironico e distaccato, perché si sappia che non è un libro di antropologia, di storia o di politica, "che nessuno leggerebbe", e anche per "sdrammatizzare un po', evitare di prendersi troppo sul serio...", come Berselli ha dichiarato in un'intervista.
E' un affresco sensuale, è stato detto, un raccontare stimolando i cinque sensi, a cominciare dall'olfatto e dal gusto, ma con diverse e godibili divagazioni nel campo letterario, artistico, musicale, dei motori: dal rosso delle bandiere a quello della Ferrari, che, dopo la fine del comunismo, assicura almeno "una continuità cromatica".
Berselli parla in realtà proprio di storia e di politica, a cominciare dal "modello emiliano", che, a sentir lui, esiste, eccome, ma non è quello di Guareschi, don Camillo e Peppone, ovvero l'Emilia consociativa, bonaria, la solidarietà umana e padana; una società concorde e tollerante; un partito comunista iper-socialdemocratico , iper-riformista.
No, la conflittualità c'era, eccome, l'antagonismo anche, ma l'Emilia rossa e il Pci seppero costruire "un progetto politico applicato all'antropologia emiliana", dopo che Togliatti, piombando nel '46 a Reggio Emilia, fischiò, in una riunione dei massimi dirigenti delle federazioni di Modena, Reggio e Bologna, "la fine dei disordini" in cui "erano coinvolti partigiani violenti, estremisti sbandati e alcune strutture del P.C.I. locale....con un celebre discorso...passato alla storia con il titolo "Ceti medi ed Emilia rossa".
E' il primo nucleo della futura "via italiana al socialismo", come via democratica e pacifica, basata su un "compromesso tra egemonia comunista e classi borghesi" e su "un largo fronte democratico" che realizzi l'incontro tra "le ragioni del lavoro e quelle del capitale", tra la classe operaia e gli imprenditori democratici. La rivoluzione, il fare "come in Russia" viene affidato a Roma, agli ideologi, in Emilia nasce il "modello emiliano", che comincia a funzionare subito, anche se solo in seguito diviene chiaro. Gli operai comunisti e combattivi, licenziati dai padroni negli anni '50, si mettono a lavorare nei garage e nelle cantine, creano aziendine in società, fondano cooperative, mentre i sindaci...."mettono a disposizione le aree, urbanizzano le periferie industriali, allestiscono servizi, creano le infrastrutture dei villaggi artigiani..".
 Ma fu "una moltitudine di cristiani" a costruire, da Piacenza a Rimini, il "modello emiliano", con tutti i noti ingredienti: il prosciutto di Langhirano e il parmigiano reggiano, i magliai di Carpi e le ceramiche di Sassuolo, la Ferrari e il gusto della meccanica, la Fiat trattori di Modena e l'agricoltura fiorente, le pensioni economiche per i tedeschi nella riviera romagnola, le notti calde di Rimini e Amarcord di Fellini, i sindacati "che non tiravano troppo la corda", le cooperative, "l'ordine generale perché nulla sfuggiva al partito...".

Divertente e pittoresca questa descrizione del comunismo e del modello emiliano, anche se indulge alla battuta talvolta troppo facile e scontata. Tuttavia, le considerazioni sullo "spirito autoctono della praticità", sulla visione "riformista", diremmo oggi, della società e delle istituzioni, che portarono i comunisti emiliani a costruire e realizzare un progetto di "governo" democratico ed efficiente degli enti locali, colgono qualche aspetto di quella complessa realtà. Ché, "se apre un cazzo di fabbrica - disse Rubes Triva, grande sindaco di Modena degli anni '60-70 in un animato incontro con i sindacalisti della Cgil, "il socialismo avanza più di quando una fabbrica chiude...".

 La contrapposizione tra "i dirigenti di lusso, che stavano a Roma a scrivere sterminati articoli su Rinascita" (...) "gruppo catacombale riunito a Botteghe Oscure a fumare sigarette russe" e i gruppi dirigenti emiliani che dovevano misurarsi con problemi e contraddizioni concrete, perché qui "c'era da governare", eccede in semplificazione e in enfasi caricaturale; intanto perché, in sintesi, la contrapposizione tra "destra" e "sinistra", tra "massimalisti" e "riformisti" esisteva nel partito sia a livello locale che nel gruppo dirigente nazionale; e vedeva nella regione emiliano-romagnola, sia pure in un contesto di sostanziale stabilità "riformista", maggioranze diverse da federazione a federazione, dialettiche interne tra gruppo dirigente del partito e amministratori degli enti locali; mentre a Roma, tanto per citare i dirigenti più noti, Amendola prima e Napolitano poi, costruivano e rappresentavano, in modo non solo simbolico, un'ala riformista di contrasto alla linea berlingueriana, un'ala minoritaria, ma forte e costante. A Botteghe oscure si è svolta per decenni, come è noto, una battaglia durissima tra le due anime, e nessuno fumava di certo sigarette russe, notoriamente pessime...

Vero è che la contropartita, il prezzo che i comunisti emiliani pagarono perché il loro "ipermigliorismo", o, addirittura, il loro "socialcapitalismo" (che cosa è il socialismo? "è il capitalismo gestito da noi, andiamo!", come recita la famosa battuta dell'imprenditore rosso di Carpi, intervistato da Giampaolo Pansa) non apparisse una eresia, o un tradimento, consistette in una totale "fedeltà alla dottrina"; "l'ufficialità conformista non fu mai scalfita"; su questo Berselli coglie nel segno; è vero che "con la supremazia delle opere, si poteva fare una tranquilla professione socialdemocratica", mentre a Roma, dove contavano le parole, prevaleva la linea della segreteria. Il comitato federale di Modena si espresse a suo tempo all'unanimità, tranne un astenuto, per la "radiazione" dal partito del gruppo del Manifesto, Rossanda, Pintor e gli altri; eppure sembrava che il dissenso esistesse, sia nel gruppo dirigente che alla base. Ed è vero anche che l'Emilia, formidabile bacino di voti al Pci, non ha espresso per decenni "quadri" di rilievo a Roma; gli emiliani, buoni dirigenti politici, onesti e attivi parlamentari, ricchi di esperienza di buon governo locale, venivano ritenuti a Roma eccellenti "organizzatori", ma privi, forse, di altre qualità. ...

Il capitolo sulla "cultura", o, per meglio dire, sulla politica culturale del Pci e degli enti locali emiliani racconta una serie di episodi, in parte noti, accompagnati da una lettura intelligente e divertente, ma piuttosto sommaria ed "esterna", come di chi non conosce dal di dentro tutte le pieghe strutturali e le dinamiche di un processo ricco di sedimentazioni, dialettiche, differenze tra città e città, lentezze e grigiori, ma anche innovazioni coraggiose. Ad esempio "Il buon comunista ...indottrinato da anni sul fatto che ...c'erano artisti e intellettuali....che stavano dalla parte della falce e martello...e del progresso.." e che "ci voleva la cultura", o "le massaie comuniste intervistate alla televisione .. che parlano di lotte sociali e di cultura" sono macchiette che non fanno parte della mia esperienza più che trentennale di dirigente politica emiliana formata a stretto contatto con quelle "masse". Naturale, invece, che così possa leggere quei personaggi Berselli, avendo lavorato per tanti anni al Mulino, ossia presso la "concorrenza", che schierava intellettuali di grande prestigio come Ezio Raimondi, Federico Mancini, "bello quasi come Cary Grant", ed altri ancora, che comunisti non erano; "roba da far schiattare d'invidia il partito dell'egemonia, tutto Gramsci e storia del movimento operaio e contadino". A questo proposito, è divertente l'episodio di Zangheri, professore universitario anche lui, che "una volta si scaldò e tirò giù dal palco una boutade destinata a restare scolpita negli articoli di giornale....: "Quelli del Mulino sanno tutto dei puritani del Massachussets e niente delle mondine di Molinella".
E tuttavia, mi perdoni Berselli, il Pci, "tutto storia del movimento operaio e contadino", dimostrò in Emilia intelligenza politica della realtà socioeconomica in movimento, bisognosa di ricerca e innovazione: la facoltà di economia di Modena, frutto dell' iniziativa di Comune, Provincia e Camera di commercio, che la finanziarono per molti anni, non doveva servire solo a fornire "qualche laureato buono per una carriera nelle Coop o nella ceramica"; essa fu invece il risultato di un progetto politico avanzato, di modernizzazione, formazione e ricerca finalizzate allo sviluppo; la facoltà di economia fu a quel tempo, come ammette Berselli, addirittura " pura avanguardia sociopolitica, ....in cui c'erano ...professori allora molto sovversivi come Michele Salvati...seconda solo alla sociologia rivoluzionaria di Trento". E rimase in seguito punto di eccellenza e grande officina, con "i sociologi americani alla corte di Sebastiano Brusco a studiare i distretti industriali...".
Più acuta e veridica mi sembra l'analisi di Berselli degli anni '70, quando si cominciò, da parte della "nuova sinistra", da quelli che leggevano Foucault, Deleuze e Guattari, ad accusare il partito e le amministrazioni rosse di aver favorito il capitalismo, oliandone i meccanismi, e di reprimere il dissenso; ci fu la ventata libertaria, radio Alice con Bifo, e poi l'uccisione dello studente Lorusso, Zangheri che chiama la polizia a sedare i tumulti, finché Andreatta non pronuncia la famosa battuta: "Non si vede perché nel paesaggio dell'Emilia debba esserci per sempre una foresta pietrificata...".

Ma il meglio di Berselli è quando racconta l'anima, la cultura, le passioni, il carattere, la "varietà umana e padana", la "cultura della produzione" dei modenesi, la fissazione per il lavoro ben lavorato, il misterioso rapporto politica-motori, la precisione - normale che "qui nasca il Ferrari con la sua determinazione feroce e chirurgica per l'esattezza...", la fabbrica "Bilance dal 1860" e il museo della bilancia di Campogalliano, "gioiello di storia della civiltà materiale"; la "lunaticità" dei modenesi, la "trista allegria", le "ghignate, alla Tassoni, eroicomiche e matte...", "la vena nichilista", "l'umanesimo socialista e l'amore per il mestiere fatto bene"; "la socialità e la civiltà innegabile di questi paesi e comunità che sconta la convivenza con frammenti di marginalità umana irriducibili al sentimento collettivo e socialista". E poi, "le teste quadre reggiane, celtiche", prototipo Prodi, i romagnoli sognatori, o, meglio, il sogno della Romagna di Fellini e di Amarcord, lo scapolo seduttore e la riviera, le "strampalerie" del pittore Antonio Ligabue, della Bassa, ossia di quella terra in cui, "quando il sole martella le zucche, e il grande fiume scorre grigio e lento, i cervelli ci mettono poco a bollire..."( Guareschi) e "le stramberie naturali degli individui si cuociono in caratteri forsennati, in fissazioni paranoidi...", e poi Delfini, Zavattini e Tondelli e così via, in una acuta, talvolta poetica, sempre godibile rassegna di personaggi, fatti emblematici, atmosfere, come quella della provincia nei polverosi anni '50 e primi '60, quando le case si riempivano di macchine da maglieria, e le ragazze, da marito e da cellula, sudavano d'estate smacchinando tutto il giorno tra spole, matasse e gomitoli".

Ed ecco i memorabili anni '60, i cui protagonisti "progettavano se stessi cercando di conformarsi alle idee estreme che attraversavano l'Occidente": beat, beatnik, i giovani che irrompono come categoria sociale, la musica non solo come spettacolo, ma pratica a tentoni di un'alternativa esistenziale, disponibilità a provarci, ignorare i sentieri della politica, rifiutando il meccanismo classico di integrazione sociale. Le inclinazioni personali possono diventare professione e modo di vivere; e funzionava, il mondo si apriva...

E poi il "calore inquieto della Bassa", "la luna di Modena", i modenesi "tutti lunatici uguali, dal Po fino a Zocca...con la malattia dell'organizzazione, del partito, del progresso, delle macchine, delle acciaierie, e poi del software, dell'innovazione, della competitività sui primari mercati..."; la "testa nel motore", "l'odore di combusto", il "partigiano motorizzato....figura tellurica nuova" prevista da Carl Schmitt quando parla della lotta politica nel mondo disumano della tecnica.
E di seguito il calcio, la musica, l'equipe 84, Guccini, Dalla e Vasco Rossi, Augusto Daolio e i Nomadi, Bertoli, Lindo Ferretti, Caterina Caselli, Pavarotti, "il gran polpettone lirico di poesia, cultura, musica , ragù e macchine" e l'odore del mare del nord che spazza le strade e la campagna se uno arriva all'imbocco dell'Autobrennero, come racconta Tondelli in una poesia chiamata Autobahn. Robert Putnam, il sociologo americano, parla del "capitale civico e sociale accumulato in queste terre tra Emilia e Toscana, Umbria e Marche basse", dal medioevo dei comuni ad oggi, di molto superiore al resto della penisola e dell'Italia. Luogo comune, ma anche, in gran parte, realtà, se il distaccato e ironico Berselli conclude che "l'Emilia, questa signora in fondo ancora poco conosciuta, è ....un buon partito per il nostro paese".



Edmondo Berselli, Quel gran pezzo dell'Emilia, Mondadori, 2004





Last Updated on Friday, 02 September 2005 15:59
 

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