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No conociera el mundo quien de casa no ha salido - el filósofo se tendió y así meditó


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Written by Iaia de Marco   
Friday, 12 November 2004 20:55
Sono trascorsi vent'anni dalla morte di Eduardo De Filippo. Tutti ne celebreranno le straordinarie doti di drammaturgo, molti s-parleranno (ancora una volta!) della tirannica durezza con cui trattava gli attori, alcuni ricorderanno l'uomo sociale, sensibile, anche lontano dalla scena, ai destini degli ultimi.
Io vorrei provare a raccogliere la testimonianza del suo dolore, un dolore radicale, denudato, lentamente deprivato anche della rabbia, infine, incapace di rivolta per mancanza di fede.
E' lo stesso dolore che attraversa come un rivolo amaro e struggente l'espressione di moltissimi (tutti? - nella liberale accezione aperta che possiamo riconoscere al termine-) scrittori e scrittrici napoletani. Uno stato di sofferenza che non è genericamente metropolitano; non deriva, cioè, dalla eterogeneità complessa che identifica la città, perennemente complicata da antiche e nuove istanze, da antiche e nuove ricchezze, da antiche e nuove emarginazioni che, insieme, tessono un reticolo fittissimo di disagio urbano. A New York come a Parigi?
Napoli genera un dolore specifico. Che non sostituisce quello generale, previsto e condiviso, ma vi si salda con inevitabile effetto di potenziamento.
Potrei dire che si tratti della particolare pena indotta dal tradimento.
Napoli città tradita, oltre che verità storica, è quasi un topos letterario: dal tradimento giacobino della rivoluzione del '99 di Enzo Striano, a quello alleato del '56 raccontato da Ermanno Rea, al tradimento dell'infanzia violata e violenta, da Domenico Rea a Diego De Silva.
E' una pena infetta, che ammorba anche chi per Napoli è solo di passaggio: da Goethe che la definisce un paradiso abitato da diavoli, a Sartre per il quale (in "Spaesamento Napoli e Capri")  ...è una città che si vergogna di se stessa, ad Anna Maria Ortese che elegge Napoli paradigma del dolore universale e che, dopo averci abitato a lungo, abbandona.
   Mi fermo qui perché non intendo in questa riflessione compilare un inventario esaustivo della scrittura del dolore napoletano; ciò che intendo è affermare che la peculiare sensibilità di scrittori e romanzieri ha colto e rappresentato più profondamente di qualsiasi studio antropologico un sentimento disperato e disperante, comune a molti napoletani e molto radicato.
Parlo del tradimento dell'idea stessa di Città, o meglio, dell'utopia della città quale luogo del patto di convivenza tra diversi, luogo di equilibrio più evoluto rispetto alla comunità rurale dove tutti si conoscono, tutti hanno un volto e al volto, come sostiene Lévinas, non ci si può sottrarre. La topografia della città, espansa, per dimensioni non ordinata né rigidamente ordinabile, esprime, di fatto, una tendenza inclusiva delle differenze. L'utopia della città nasce dalla convinzione che si possa riconoscere l'Altro per la sua stessa esistenza, aldilà delle coordinate di cognomi certi, ruoli fissi e topografie semplici. L'utopia della città si fonda sul postulato del rispetto reciproco, basato non sul chi si è (il sindaco, il barbiere, la maestra), ma sul fatto stesso che si è.
A Napoli è lo statuto (etico) di cittadinanza ad essere stato tradito.
In primo luogo, dal basso. Dagli stessi cittadini. Il che rende la questione difficilmente sanabile.
Il potere politico e l'azione amministrativa hanno, come è ovvio, gravi responsabilità nella consumazione di questo tradimento, così come certamente potrebbero ridurne gli effetti.
Per il passato, molte amministrazioni lo hanno addirittura coltivato e non solo con scandalose gestioni e saccheggi del territorio, ma disseminando virus di sotto-cultura e di indifferenza morale che hanno portato la malattia all'attuale stadio conclamato.
Il contagio si è diffuso anche sul piano simbolico se, non so bene quale ente responsabile, può ritenere "normale" che lo spazio destinato alle persone in attesa ad ogni fermata d'autobus sia occupato da uno o più cassonetti dell'immondizia.
L'Articolo, il quotidiano locale de l'Unità, del 2 novembre 2004, intitolava la cronaca commento dei numerosi e "assurdi" episodi di violenza urbana omicida verificatisi nelle ultime ore: "Ognissanti a Napoli e la nuttata della violenza". Una nuttata che sembra non voler passare più.
L'Assessora regionale alla sicurezza, Maria Fortuna Incostante, intervistata in merito esprimeva così il suo umanissimo smarrimento:
R. "Stento a credere a quanto è successo; si dovrebbe scomodare un sociologo studioso di fenomeni collettivi (...) E' strano che scoppino tutti insieme, in modo così ripetuto"
D. "Che può fare l'istituzione?"
R. "E' difficile dire noi cosa possiamo fare. Sono fenomeni complessi, che riguardano tanti aspetti: il disagio individuale, le insicurezze, le ansie del nostro tempo...ci sono tante cose dentro, ma quali strumenti usare contro un cinquantenne normale che investe un ragazzo in motorino? Che si può inventare un amministratore su questo, se non che vivere meglio in una città sia la cosa migliore per tutti?"
Ma è proprio il senso del "migliore per tutti" che a Napoli è andato smarrito. Semmai vi sia stato.    
Chi vive le strade della città nella sua normalità, vale a dire non di notte quando le insidie assomigliano a quelle di Londra o di Berlino, ed è costretto a schivare arroganze di auto e merci parcheggiate su ogni centimetro di marciapiede, a respirare di seconda mano lo scarico di moto e motorini ubiqui e pericolosi come metastasi, a riporre nel passo svelto, se non nella corsa, la speranza di evitare tutto quanto "piove" dal cielo dei balconi accuratamente spazzati, può, forse più che l'assessora, comprendere l'esplosione di "follia". Stadio direttamente estremo (privo cioè di fasi intermedie) di un senso di rivolta. Un vano furore che si può solo reprimere, con tutto quanto alla lunga il reprimersi comporta. Solo in brevi "felici" stagioni, lo si può convertire in un sentimento "politico" di speranza. In tutti i tempi in cui le condizioni favorevoli a questa conversione non si realizzano, si matura un insanabile senso di spaesamento, di non appartenenza reciproca; in definitiva, di dolorosa, faticosamente sostenibile, scissione dell'Io dal proprio Io geografico. Questa frattura non è altrimenti riducibile dall'individuo se non agendo sull'unico piano di suo dominio, se stesso, tentando, cioè, la ricomposizione in un altrove più ospitale.
A vent'anni dalla sua morte la testimonianza di dolore di Eduardo De Filippo è intatta. Ci avrebbe reso felici poter dire, oggi, che s'era sbagliato.

Last Updated on Tuesday, 23 August 2005 15:50
 

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